BARBAZACHI

Barbazachi, al centro in alto

La Storia       

 

 

 

Una Storia Pontese

 

 

 

 

Barbazachi, al centro in alto          

 

Castagna Giacomo Santino Luigi nacque in Pont il 22 febbraio 1884.

All’apparenza, fisicamente non granché prestante, possiamo però definirlo “gurëgn”, ovvero coriaceo, solido e con grande forza morale.

E con un coraggio incredibile, pensando ai fatti che hanno caratterizzato la sua esistenza.

Era un idealista; in un’epoca in cui il primo pensiero era sempre quello di preoccuparsi di portare qualcosa in tavola.

Ma ai sentimenti profondi non si comanda.

Dotato di intelligenza talentuosa, venne, anche lui, ad essere assunto presso la imponente Manifattura di Pont, a operare nel settore manutentivo.

Come tantissimi altri Pontesi, e  tante altre persone dei comuni circostanti.

A livello familiare, visse un grande amore con la donna che sposò: Vaja Maria (Marietta).

Si racconta che Marietta, ancor fanciulla, mandata come a quei tempi capitava spesso “a serva”, in famiglia facoltosa che aveva residenza anche in Germania, a Mannheim, e lì ingaggiata, lo facesse intensamente tormentare per la lontananza.

Allora, detto fatto, partì per andarla a trovare.
Viaggio pazzesco, se si pensa che in quell’epoca era già un’impresa viaggiare fino a Torino.

Ma, a parte l’amore e la dedizione per la famiglia, la sua fama e le sue imprese sono da raccontarsi in ambito sociale.

La sua chiara fede socialista si espresse comunque sempre in vari modi: siamo qui anche a ricordare che ebbe due figli, entrambi puntualmente battezzati:

-nel 1909 Libero Primo, così chiamato a significare: Primo Maggio Libero Pensiero

-nel 1920 Giovanni, sempre chiamato Vladimir, in ricordo dell’allora epica Rivoluzione Russa.

 

Socialista già dalla prima ora, ebbe sempre a cuore l’aspetto  qualificante e di miglioramento in prospettiva della collettività Pontese, specie nei risvolti con l’attività lavorativa, rappresentata sostanzialmente dalla Manifattura di Pont.

Fu così che ebbe a trovarsi a capo della rappresentanza operaia per quanto riguardava i rapporti con la Direzione Aziendale.

In pratica, si trovò a organizzare pur anco lo sciopero lavorativo imponente nei confronti della Manifattura, avvenuto nel 1919/1920.

Mi pare giusto ricordare che in quei tempi la condizione operaia era particolarmente di sofferenza per le durissime condizioni lavorative: si scioperava per motivazioni molto serie, e in ballo c’era sempre la sopravvivenza fisica e la dignità della persona.

A proposito del grande sciopero, riporto con qualche approfondimento quanto da me già raccontato a Claudio Danzero per lo svolgimento del suo interessante libro “La Porta”.

Lo sciopero era capeggiato da tre ascoltati rappresentanti delle maestranze, e lo sciopero continuava a oltranza, mentre la proprietà cercava un mezzo per rompere il fronte unitario dei lavoratori.

La direzione aziendale venne così a sapere che uno dei tre organizzatori era pronto a cedere, mentre il più determinato era proprio mio nonno Castagna.

Quindi il “Barone” Mazzonis convocò mio nonno a Torino per avere da lui maggiori chiarimenti sulle motivazioni del malcontento ed eventualmente giungere a un accomodamento della vertenza.

Così mio nonno partì speranzoso per la città, lasciando la gestione dello sciopero al collega meno determinato dei tre.

A Torino però mio nonno si meravigliò che le trattative fossero poco più che formali e assolutamente improduttive.

La spiegazione l’ebbe quando il Mazzonis, a seguito di una telefonata a Pont, gli comunicò che la indebolita resistenza degli operai, era stata vinta e che tutti erano rientrati al lavoro.

Ciò avvenne a seguito dei raggiri del collega rimasto al comando, che, mentendo, aveva informato gli scioperanti  che l’accordo era stato raggiunto.

Per mio nonno fu una grande delusione, e consapevole della sconfitta subita ebbe successivamente a rassegnare le dimissioni dalle dipendenze della Manifattura, e quindi a intraprendere una attività artigianale.

A onor del vero, devo dire che in seguito la Direzione della Manifattura, con significativo rispetto per la decisione coerente, seppur sofferta, di mio nonno, ebbe a commissionargli piccoli lavori manutentivi dello stabilimento, quasi a volersi scusare per il raggiro operato.

Ecco quindi che mio nonno aprì bottega al 10 di via Destefanis, offrendo lavori e assistenza per tutto quanto riguardava attività manutentive di tipo casalingo, di idraulica e lattoneria, oltre a promuovere la vendita di articoli vari inerenti la gestione della casa: dai piatti alle stufe, coadiuvato dalla consorte Marietta.

Naturalmente, come si sa, “la pubblicità è l’anima del commercio”; e così, per attrarre maggiormente l’attenzione dei possibili clienti, ospitò nei magazzini retrostanti la bottega svariate attrattive, tra le quali anche animaletti inusuali quali un ghiro, che correva nella sua ruota girevole, e pur anche una piccola volpe.

Questo fece sì che i bambini del circondario, curiosi, si recassero volentieri presso il negozio di Zachi: Giacomo in russo e significativamente rapportato alla ideologia socialista.

Per cui, quando i genitori chiedevano ai loro piccoli dove andavano a giocare, questi molto spesso rispondevano: “da Barba-Zachi”.

Naque così il “mito” di Barbazachi.

Naturalmente i genitori, andando a recuperare i loro bambini erano incentivati a richiedere qualche prestazione a mio nonno, o a fare simpaticamente qualche acquisto.

E così si svolse la vita di Barbazachi per parecchi anni, segnati pur anco dalle sofferenze imposte dal regime Fascista, che naturalmente non vedeva di buon occhio il Castagna di chiare idee socialiste.

E il regime Fascista non vedeva favorevolmente neanche le diverse istituzioni, associazioni o iniziative che non fossero ispirate e sottomesse al Regime.
Tutte queste erano sostanzialmente definite “sovversive”.

 

 

Tra le varie organizzazioni fortemente invise rientravano anche tutte le Società di Mutuo Soccorso, che nelle loro sedi subirono sovente le violenze squadriste. In particolare, tra i vari abusi si interveniva per sequestrare i vessilli associativi.

Ricordo ancora Danzero, che racconta come perdere la bandiera rappresentasse la fine di un sogno. Quindi un emblema da difendere a tutti i costi.

Per Pont, mio nonno, rappresentante in prima linea della Società Operaia, prelevò la Bandiera e la nascose ove nessuno sapeva.

Qualcuno dice dentro un muro del sottotetto, ma comunque sovente spostata proprio per evitarne la cattura.

Alcuni dicono che, complice una signora di borgata Santamaria, il vessillo dimorò anche per un certo tempo proprio in abitazione della Borgata stessa.

Ma il responsabile della sottrazione veniva comunque individuato in mio nonno, che i Fascisti cominciarono a perseguitare con le solite angherie, in particolare con il rituale dell’olio di ricino, che immancabilmente si ripeteva ogni sera.

Mio nonno, la sera, già li attendeva, i fascisti, seduto al tavolo del retrobottega con in mano il bicchiere vuoto con il quale avrebbe bevuto il fatidico olio di ricino, versato da quegli scellerati.

Ma Barbazachi non mollò, e la bandiera riapparve solo alla caduta del Regime.

Una grande vittoria!

Questo vuol dire aver coraggio!

Questo vuol dire avere una Fede!

E alla fine Barbazachi ebbe la soddisfazione di assistere alla caduta del Fascismo.

E così, dopo una vita caratterizzata da tante lotte avventurose, anche per Lui venne, nel 1953, il momento della dipartita “per un mondo migliore”. Chissà?

Ma anche nel momento del trapasso ebbe a rimarcare la sua Fede Rivoluzionaria.

Il suo funerale, per sue precise volontà, non avvenne in chiesa, ma il feretro venne esposto in piazza Craveri, ove la banda musicale intonò l’ “Inno Internazionale Socialista” , a ultima conferma del suo mai sopito ideale di amore per l’Umanità.

 

Questo è il ricordo e l’insegnamento di Barbazachi.